LA VERVE DI ANTONIO VERDE – di Alekos Rundo

Come quasi ogni mattina Antonio Verde arrivò in ritardo a lavoro, timbrò il cartellino e il Direttore lo chiamò in ufficio.

E’ arrivata una lettera per lei”, gli disse.

Il signor Verde prese la busta, una normale busta bianca e si accorse che non era intestata, non c’era mittente né un timbro postale.

Non la legga in orario di lavoro, mi raccomando” fece il Direttore invitando Antonio ad uscire dall’ufficio e a raggiungere la sua postazione.

Ma Antonio fece solo finta di raggiungere la sua postazione. Andò a recuperare la borsa e la giacca e scese in bagno, si lavò accuratamente le mani ed il viso, orinò, posò le sue cose nell’armadietto e poi raggiunse la postazione con abbondanti sette minuti di ritardo.

Accese finalmente il computer e decise che era ora della prima pausa del giorno: ridiscese le scale e andò a piazzarsi davanti alla macchinetta del caffè.

Certo però”, pensò, “che è proprio ingiusto che hanno tolto le merendine dal distributore”.

Era un pensiero che faceva tutti i giorni perché effettivamente la sua azienda era cambiata negli ultimi tempi, aveva dovuto ridurre e tagliare qui e là e Antonio Verde ripensava al passato con nostalgia e rimpianto. Improvvisamente passò il Direttore in corridoio e Antonio si dovette appiattire tra la macchinetta e la parete per non farsi vedere sennò sarebbero stati guai, già aveva fatto tardi, ed essere beccato alla macchinetta per l’ennesima volta gli sarebbe costato un bel biasimo scritto. L’ennesimo, oltretutto. E che cavolo, pensava, un po’ d’elasticità.

(Nel frattempo il suo collega di ufficio stava sbrigando due pratiche contemporaneamente data la sua assenza: una di queste, importantissima, si doveva chiudere entro le dieci e trenta).

A malincuore Antonio abbandonò la macchinetta del caffè e raggiunse la sua postazione: il suo collega gli fece un cenno di saluto mezzo arrabbiato, come a dire finalmente sei qui, e lui ricambiò col sorriso di chi si sente un poco in colpa, ma solo un poco. In tutto questo era passata mezz’ora da quando aveva attaccato e non aveva ancora fatto niente se non prendere il caffè. In quel preciso istante gli tornò in mente la lettera che gli aveva dato il Direttore e che distrattamente aveva lasciato nell’armadietto quando aveva posato le sue cose poco prima. Chissà chi gli aveva scritto, magari una di quelle odiose pubblicità.

Oppure una donna, chissà.

Devo andare a prenderla quanto prima”, pensò.

Anzi, subito. Si guardò intorno per vedere se il Direttore fosse da quelle parti e dato che non lo vide rapidamente guadagnò le scale e scese a prendere la lettera, guardingo e attento e poi, dato che c’era e dato che avevano levato le merendine (ingiustamente) dalla macchinetta, lui le merendine le portava da casa; ne prese una dalla borsa, la aprì e iniziò a mangiarla, sedendosi sulla poltrona della sala mensa dove avrebbe potuto sostare solo nelle ore di pausa, questa era la regola. Perse quindi altri cinque minuti, poi tornò nel suo ufficio dove il collega gli disse che il Direttore l’aveva cercato.

Cazzo, ero sceso in bagno, poi pare che non lavoro, vedi? Per una volta che ti allontani!” disse amareggiato.

Ma fece finta di niente, se il Direttore fosse ripassato da quelle parti gli avrebbe detto che era occupatissimo con la pratica del signor F. ed era sceso in archivio a cercare alcuni documenti.

A proposito, in teoria avrebbe dovuto veramente essere occupato con la pratica di F., ma non ricordava più niente, il giorno prima era stato assente con la 104 e si era dimenticato i dettagli della pratica. Che fare? Chiedere al collega? Si, ma facendo il vago sennò quello lo avrebbe mandato a cagare e avrebbe avuto pure ragione. Si sporse un po’ oltre il computer, fissò il collega che intanto con una mano scriveva e con l’altra teneva la cornetta del telefono e parlava in inglese con un cliente, forse quell’importante mister G. di cui si parlava da giorni. Ma chi se ne frega di mister G, pensò Antonio Verde, io devo sapere di ‘sta pratica, e iniziò a fare cenni al collega chiedendogli a voce bassa a che punto fosse arrivata la pratica del signor F. Mentre tentava di farsi dar retta dal collega si ricordò che non aveva preso la lettera dal suo armadietto: aveva preso solo la merendina e si era dimenticato la lettera. E che cazzo, pensò di nuovo, ma a questi ritmi come si fa a ricordarsi di tutto? Ora avrebbe dovuto riscendere per l’ennesima volta, col rischio di essere sorpresi e sgridati. Meglio di no. Avrebbe dovuto aspettare un momento più propizio.

Intanto era meglio entrare nel file del signor F e far finta di scrivere qualcosa… magari un abbozzo di relazione che poi, per spirito del lavoro di team, avrebbe passato al collega per confrontarsi con lui. Pensò che quando erano in quattro dentro quell’ufficio le cose venivano meglio e, soprattutto, lui praticamente non faceva mai nulla perché i colleghi erano dei gran lavoratori e non gli lasciavano fare niente, anche perché erano consapevoli che se gli avessero affidato dei lavori avrebbero poi dovuto ricontrollare tutto da cima a fondo data la sua negligenza. E allora lui che faceva? Davanti al Direttore si faceva vedere attivo e interessato, cercava di impegnarsi, e poi si crogiolava nella sua tipica prestazione insufficiente. Partite a solitario, pause caffè lunghissime, merendine, scommesse on-line. I colleghi lo lasciavano fare per non avvelenarsi le giornate tanto sapevano che non c’era speranza. Arrabbiarsi con lui non aveva senso, ed erano troppo brave persone per fare la spia. Antonio Verde lo sapeva e continuava così le sue giornate di lavoro, nella pacchia più assoluta. Non si era mai reso conto che doveva proprio ai suoi colleghi questa fortuna.

In mezz’ora scrisse due righe di relazione. Scrisse: “Il signor F., nato a Roma il 29.2.36, proprietario dell’autovettura targata %$£/?§ chiede il risarcimento…”. Del resto non ricordava nulla, ma avrebbe chiesto al collega. Non ricordava se era stato il suddetto signor F. ad investire l’altra auto o era stato il contrario. Non ricordava se si era andati nel penale o si era rimasti al civile. Non ricordava niente, e soprattutto non sapeva che la pratica del signor F. era stata archiviata già il giorno prima dal collega, mentre lui era in 104 ossia era andato a giocare a bocce tutto il giorno.

La cosa più preoccupante, adesso, era andare a prendere quella cavolo di lettera.

Che scusa poteva inventare per scendere ancora e non destare sospetti? La curiosità se lo stava mangiando ma non trovava motivazioni plausibili per abbandonare di nuovo la sua postazione. E soprattutto mancavano ancora due ore alla pausa pranzo. Che fare, dunque?

Il collega davanti a lui sembrava essersi liberato dalle urgenze. Forse aveva chiuso la pratica di mister G. e stava scarabocchiando dei dati su un foglio. Antonio Verde si sporse verso di lui con fare simpatico e gli domandò:

Che fai?”

Il collega alzò un momento lo sguardo assorto e senza badargli troppo disse:

Lavoro, io. Piuttosto, tu che fai?”

Antonio Verde restò spiazzato. Non che fosse mai stato simpatico ai suoi colleghi per i motivi già detti, però ora in quella risposta sentì una certa ostilità. Senza parlare si ritirò nella sua postazione, nascondendosi dietro al monitor del computer. Il collega riabbassò lo sguardo dentro agli appunti che stava scrivendo e un’altra mezz’ora passò così. Antonio rifletteva, fantasticava, progettava, smontava, rifabbricava e demoliva definitivamente pensieri, progetti e idee, e intanto il tempo passava. Ad un tratto ricordò che doveva passare a prendere il latte al supermercato prima di rientrare a casa, glielo aveva chiesto sua madre. E non poteva nemmeno dire di averlo dimenticato poiché la donna gli aveva lasciato sparsi nel portafoglio e nella borsa vari post-it con su scritto LATTE a caratteri giganti. Stavolta non poteva svignarsela, doveva andare per forza e lui odiava con tutto il cuore i supermercati. Pieni di gente, pieni di famiglie, bambini frignanti, file alle casse, offerte ma se non stavi attento ti inculavano. La moneta per il carrello. Le commesse stronze e ciccione, soprattutto quella del latte. L’odioso panzone del banco del pane, che una volta l’aveva beccato che aveva mangiato le pizzette prima di pagarle e gli aveva fatto fare una figura di merda davanti a tutti. Che posto da incubo, il supermercato. Ma doveva andare per forza. Fu alla fine di quel pensiero che la voce del Direttore si avvicinò sempre più verso la sua postazione: non aveva scampo, davanti alla sua faccia il monitor del pc riportava sempre quelle cinque parole di relazione scritte tempo prima e fu lì che gli venne l’idea. Con tre rapidissimi click del mouse aprì una relazione di almeno un anno prima, relazione scritta a due mani con un vecchio collega che dettagliava l’operato di un falso invalido che aveva truffato l’Inps per diciassette anni. Antonio Verde aprì quel file e concentrato come un ramarro su un albero fece finta di leggere proprio mentre il Direttore gli passò alle spalle ed entrò nel suo ufficio: con un sospiro di sollievo richiuse la relazione e il Direttore ripiombò veloce dietro di lui esclamando “A che punto siamo, Verde?!” e davanti alla sua facciona di bamboccio c’era solo l’immagine del desktop della sua azienda con il motto STOP ALLE TRUFFE. Antonio Verde, imbarazzato ma con la sua solita tenacia, disse: “Relazione finita, devo solo dargli un’ultima occhiata e nel pomeriggio gliela consegno”

Bene”, disse il Direttore prima di sparire nella tromba delle scale.

Il collega di Antonio Verde che sedeva davanti a lui assistette alla scena e sapeva benissimo che Antonio avrebbe avuto bisogno d’aiuto, che da solo non avrebbe saputo fare niente. Per l’ennesima volta. Ci risiamo, pensò, e decise di essere buono e di venirgli incontro. Si sporse oltre la sua postazione e chiese:

A che punto sei, Antò? Ti serve una mano?”

A quelle parole Antonio Verde si sciolse dalla tenerezza, fu sopraffatto dall’amicizia e da un sentimento quasi d’amore nei confronti di Mario, questo il nome del collega: in fondo anche se era un noto fannullone si faceva volere bene dai colleghi e anche se a volte si incazzavano poi lo aiutavano. Come sempre. Era la simpatia il suo punto forte, e la battuta sempre pronta. E talvolta l’autoironia. Con un sorriso più grande del suo faccione Antonio guardò Mario e gli disse: “Ho quasi finito ma se tu potessi passarmi i dettagli della relazione sul signor F. mi faresti una grande cortesia…”

La relazione di F dici? Quella che ho consegnato IO ieri al tuo posto dato che eri in 104? Ti attacchi al cazzo”.

Così rispose Mario, perché aveva deciso di essere buono e aveva soprattutto deciso che essere buono avrebbe voluto dire liberarsi di un parassita.

Antonio Verde invece di controbattere guardò l’orologio e scoprì che era ora di andare a mensa per la pausa pranzo. Non poté fare a meno di sorridere perché non c’era tempo per rispondere a Mario, per preoccuparsi della relazione o del latte a sua mamma. Era ora di mangiare e di scoprire finalmente chi gli aveva mandato la lettera. Si alzò in piedi e dall’alto vide tutto il grande ufficio e i suoi colleghi all’opera. Come sempre era il primo ad alzarsi dalla scrivania per la pausa pranzo e questo pensiero gli causò un certo piacere. In fretta infilò la giacca e guadagnò le scale: prima di tuffarsi in mensa passò a prendere la famosa lettera nel suo armadietto ma decise di leggerla a stomaco pieno e dopo un buon bicchiere di vino rosso: ne aveva tutta la voglia e perché no, se lo meritava anche dopo una mattinata di lavoro.

Il pranzo filò via liscio e deciso: un bel piatto di penne all’arrabbiata, scaloppina al limone, bel bicchiere di rosso e fetta di torta della nonna, e tutto questo al prezzo di un solo buono pasto. E a proposito, pensò Antonio al momento di pagare, fino a due anni prima l’azienda forniva buoni pasto di un valore più alto, poi la crisi e la spending review… che amarezza, pensò. Pagò il conto mentre i suoi colleghi, in massa, presero posto per mangiare: ora era tempo di godere un po’ d’aria fresca su una panchina del giardinetto attiguo alla sede, fumarsi una, due o anche tre sigarette e finalmente aprire quella cavolo di lettera.

La carta si strappò facilmente, era stata incollata con la saliva forse. Una foto e un bigliettino: sulla foto una donna bellissima, mora, sulla quarantina d’anni, con l’enorme seno (rifatto) di fuori e lo sguardo provocante. Sul bigliettino, scritto a penna, tre semplici righe:

Antonio mi fai impazzire

ti aspetto domani alle 10.00 al Motel Samba,

tua Samanta.

Nient’altro. Né un numero di telefono né altro. Samanta, non gli diceva niente quel nome ma qualcosa nella mente s’affacciava, forse l’aveva conosciuta quando frequentava i night o forse chissà dove. Era una bella donna in ogni caso e quindi non poteva affatto lasciarsela scappare. E pazienza se avrebbe dovuto mettersi di nuovo in 104. Un brivido però gli percorse la schiena: le 104 del mese già se l’era giocate! Cazzo, avrebbe dovuto mettersi in malattia. E alle dieci era orario di visita. Cazzo! Poteva lasciarsi scappare una del genere per fare il preciso? Ma ‘sti cazzi, pensò. Se fosse venuta la visita di controllo avrebbe dichiarato di essere in farmacia come già ampiamente fatto altre volte. E dai, ma che cazzo, un po’ d’elasticità. Anzi, decise al volo di prendere i classici due piccioni con una fava. Anzi tre piccioni! Si sentì male da subito: febbre. Sudorazione alterata, brividi alle ossa. Influenza. Influenza fulminante del dopo pranzo. Con la bottiglietta d’acqua che puntualmente rubava in mensa bagnò un fazzoletto e si umidificò la fronte proprio mentre alcuni colleghi s’avvicinavano. “Mi sa che ho la febbre” esclamò a voce alta mentre quelli lo ignorarono e andarono al bar a prendersi il caffè sotto un accorato sole di maggio. Il secondo piccione era che se ne sarebbe andato subito a casa e così non avrebbe potuto consegnare la famosa relazione al Direttore. Il terzo piccione: non avrebbe potuto prendere il latte a sua mamma così al diavolo anche il supermercato. Che botta di culo pazzesca, pensò.

Fu così che decise in fretta di tagliare la corda. Però almeno doveva passare in ufficio dal Direttore per avvertire, per salvare un minimo la faccia. Rientrò nell’edificio e salì in ascensore al quarto piano: la porta del Direttore era come sempre chiusa. Bussò con veemenza e dall’interno si sentì un Avanti! infastidito.

Ah, è lei!” fece il Direttore appena vide Antonio Verde sull’uscio della porta.

Con permesso, volevo avvertirla che non mi sento bene, dovrei avere la febbre, e perciò me ne vado a casa. Domani mi faccio visitare dal medico e poi mando il certificato. Buona giornata”.

Antonio Verde richiuse la porta e letteralmente volò via per le scale senza dare l’opportunità al Direttore di replicare: Direttore che, indispettito, prima di bestemmiare pensò che era meglio rimanere calmo e farsi sbollire la rabbia.

Lui, Direttore di quell’azienda parastatale nata per verificare eventuali truffe ai danni dello Stato e dell’Inps in particolare non poteva nulla contro quel tipaccio di Antonio Verde, assunto da sei anni a quanto pare con un concorso ad hoc poiché figlio dell’ex segretaria del vecchio direttore. L’unica volta che gli aveva fatto un severo (e doveroso) richiamo disciplinare Verde aveva messo in mezzo i sindacati e se l’era scampata. Quello stesso Antonio Verde che era più malato che sano e che quando veniva a lavorare era meglio se non veniva: incapace, svogliato e negligente, più volte aveva messo in difficoltà i colleghi con errori madornali. Colleghi che dal canto loro non facevano nulla di concreto per liberarsi da quel parassita, ed era questa la cosa che mandava più in collera il Direttore. Ma pensandoci bene i colleghi di Verde che strumenti avevano per mettersi contro di lui? Nessuno. Tranne mandarlo a cagare e isolarlo dai rapporti umani (cosa che peraltro avveniva spesso) non avevano altro modo.

Intanto Antonio Verde stava rincasando, tranquillo e beato come un bambino felice: un pensiero fisso rivolto a Samanta, un altro pensiero fisso rivolto adesso a sua mamma che lo avrebbe rimproverato per non aver preso il latte. Ma lui avrebbe detto “sto male, mamma, non vedi che sono uscito prima da lavoro” e tutto si sarebbe subito sistemato. Prima di rientrare, però, Antonio decise di passare un attimo al bar sotto casa per farsi una partitina al videopoker, solo un euro e via, magari la fortuna sarebbe girata dalla parte giusta per una volta, no? Salutò con una mano il ragazzo al bancone (che intanto pensò: ma questo quando cazzo lavora?), prese un euro dal portafoglio e lo introdusse nel videogioco: perse subito, così infilò un altro euro. Riperse all’istante. Siccome aveva finito gli euri caricò un biglietto da cinque nel videogioco, e la partita fu leggermente più lunga ma ottenne lo stesso risultato. Vaffanculo, pensò Antonio, rassegnato.

La messinscena con sua mamma funzionò perfettamente: la donna, preoccupata, preparò una tisana rinvigorente e gli portò il termometro a letto. “Fammi sapere quanto hai!!” si raccomandò prima di mettersi a vedere Pomeriggio Sul Cinque. Antonio si accoccolò nel letto con la copertina di pile e accese la televisione sintonizzandosi anche lui su Pomeriggio Sul Cinque: gli piaceva la conduttrice, era anzi un suo sogno erotico ricorrente, anche perché se ne stava spesso a cosce di fuori e poi, ogni tanto, nei servizi che lanciava, si parlava di gossip e si intravedeva qualche culo, un paio di zinne.

Nell’ozio più estremo trascorse il pomeriggio e la serata, e la notte dormì come un angioletto rigirandosi tra le mani la foto di Samanta.

La sveglia suonò alle 8.00 come tutte le mattine. Sua mamma entrò in camera con il caffè e una merendina al cioccolato. Spalancò la persiana e un bel sole di maggio penetrò nella stanza di Antonio che insieme all’odore del caffè lo sprofondarono in una pace assoluta.

Come stai?” chiese la signora Verde, lievemente preoccupata.

Mi sento benino, ma devo andare dal dottore…”

Ma chiamalo, scusa, come tutte le volte…”

No mamma, voglio farmi visitare…”

Ma hai la febbre, è meglio non uscire!”

No mamma, devo andarci. E’ meglio se mi visita…”

Ma non c’è bisogno! Lo chiamo io…”

No mamma, per favore! Voglio farmi visitare!”

Ti fa male qualcosa? Ti senti altri dolori che non vuoi dirmi? Non farmi stare in pensiero!”

No mamma, è tutto ok, solo che voglio andare…”

E’ meglio di no, dai, ora lo chiamo io…”

La verità era che il dottore di Antonio Verde era suo amico e quando gli serviva il certificato di malattia bastava chiamarlo: mi servono tre giorni, diceva Antonio, e l’altro ridendo gli diceva tu mi fai arrestare Antò!. Era un gran simpaticone. Ma stavolta Antonio Verde doveva uscire per forza perché doveva andare al motel per incontrare Samanta e gli serviva una scusa con sua mamma che sennò, come immaginava, non lo avrebbe fatto uscire. Che palle, pensò Antonio. Che vita che faceva. Bugie di qua, bugie di là. Scuse, intoppi di vario genere. E menomale che non s’era mai sposato! Sennò sarebbe stato peggio, semplicemente peggio. Una moglie, magari dei figli. Sai che coglioni. Corri di qua, di là, di sopra, di sotto. Invece lui la vita l’aveva scelta così, con un lavoro di ufficio che si, era tremendo, ma un lavoro bisognava pur fare; con una mamma che gli faceva tutto, anche perché era figlio unico e adorato. E soprattutto ogni volta che si presentava una donna, sia a pagamento che non, era libero di fare ciò che voleva. E ti pare poco? pensò tra sé e sé mentre sua mamma, allarmata, rientrò nella stanza dicendo:

Il tuo dottore è assente oggi e nello studio c’è un sostituto che ha detto che ti deve visitare per forza per farti il certificato”.

Queste parole pronunciate a voce alta e di getto, senza pause, scaraventarono Antonio in uno stato di psicosi. Come sarebbe a dire visitare per forza? pensò. Chi cazzo è ‘sto stronzetto, adesso. Ma i diritti dei lavoratori sono finiti nel cesso, forse? E che cazzo. Prese il cellulare e chiamò il suo dottore che gli disse sì, sono malato e mi sono fatto sostituire e no, stavolta non ti posso aiutare Antò, mi dispiace. Non c’erano santi, doveva andare dal sostituto. Con la mamma che non lo lasciava un momento in pace si vestì, jeans, camicia e giacca come tutti i giorni ma esagerò col profumo (poiché doveva andare da Samanta…). Sua mamma lo seguì in bagno.

Ma tutto ‘sto profumo a che serve, Antò? Magari ti fa male, no?”

Non la degnò nemmeno di uno sguardo, azzannò un’altra merendina e uscì prendendo le chiavi della macchina.

Ma perché vai con la macchina, Antò, se il dottore è qua vicino! Vai a piedi che con la febbre è meglio non guidare! Dammi retta Antò, allora va bene, ti accompagno io!”

Antonio Verde si arrestò sulla porta, si voltò verso sua mamma e con lo sguardo più fiero che mai disse:

Vado da solo, mamma, devo affrontare questa difficoltà da solo. Ti ringrazio ma mi sento meglio, ce la posso fare. Grazie del tuo aiuto” e dicendo così chiuse la porta e raggiunse la macchina parcheggiata nel posto per gli invalidi proprio sotto casa. Con sua mamma bisognava fare così per levarsela dai coglioni: dirle quanto le era grato, ringraziarla a più non posso e opporsi con calma e discrezione usando un tono conciliante. Litigare o urlare sarebbe servito solo a farla salire in macchina, testarda com’era. E addio Samanta.

Il sostituto era un giovincello con gli occhiali che disse semplicemente:

Lei non sta male signor Verde, e questa cosa si chiama truffa all’Inps, lo sa o no? Lei dove lavora?

Antonio sorvolò. Disse semplicemente: “Io mi sento male, dottò, magari non avrò la febbre ma mi sento tutti i sintomi dell’influenza, male alle ossa, brividi di freddo… mi dia almeno un giorno, mi basta solo oggi, e dai…”

Che deve fare, oggi, signor Verde?”

Antonio sorvolò, e il dottore firmò il certificato. Erano le 9.15, perfettamente in orario per Samanta.

Il motel Samba era appena fuori città ma con la sua guida sprint Antonio ci arrivò in dieci minuti, in netto anticipo. Parcheggiò nelle righe gialle per gli invalidi davanti all’entrata, più in là c’erano dei parcheggi liberi ma perché non approfittare del cartellino lasciatogli in eredità dal papà malato di cuore e morto da tre anni?

Si concentrò finalmente su Samanta, la bonazza della foto che l’aveva voluto incontrare. Altre volte già gli era successo con donne conosciute al volo ai night club, donne sposate, discrete, che non volevano grane durature ma solo passioni leggere e passeggere, quello che andava cercando a più non posso anche Antonio.

Arrivarono le dieci, e le dieci e mezza. Antonio scese dalla macchina, andò al bar lì vicino e prese un caffè. Pagò con dieci euro e il resto, in 15 minuti, lo giocò al videopoker perdendo come sempre. Tornò fuori, nel parcheggio del motel. Forse Samanta aveva avuto un contrattempo ma lui non aveva possibilità di rintracciarla, nella lettera non c’era un cellulare, nulla. Avrebbe aspettato ancora un po’, poi sarebbe tornato a casa. Per scrupolo andò alla reception del motel a chiedere informazioni, dove un ragazzo gli disse che no, non si era vista nessuna donna bellissima mora sui quarant’anni.

Undici e venti, che fare? Tornare a casa? In effetti era anche orario di visita di controllo, meglio non giocare troppo. E se fosse arrivata proprio quando lui se ne andava? Sai che brutto. Mannaggia la miseria. Salì in macchina, accese la radio, ascoltò musica che non conosceva, risate di dj, pubblicità, e intanto capì che era meglio tornare a casa. Mise in moto e suonò il cellulare: vuoi vedere che era Samanta che aveva il suo numero?! Che bello! Invece era sua mamma.

Ma dove sei, ti senti male? Il dottore che ha detto? Dove sei? Ti senti bene? Come stai?”

Antonio rispose solo sto tornando, stai tranquilla, e chiuse la comunicazione. Che palle, pensò. Sotto casa ritrovò il solito posto per invalidi libero e parcheggiò. Ora avrebbe dovuto passare la giornata, ed era una bellissima giornata, tappato in casa grazie a queste leggi del cavolo che se mandi il certificato di malattia poi devi stare in casa, ma che cazzo. E dai, un po’ d’elasticità. È l’elasticità mentale che manca a rovinare l’Italia, pensò.

Intanto a lavoro i colleghi di Antonio Verde si erano preparati alla visita importantissima che dovevano ricevere da parte di una delegazione internazionale di esperti: informatici, avvocati, medici e laureati vari provenienti dai 27 paesi dell’Unione che lavoravano tutti ad un progetto comune anti frode e avevano preso proprio la loro azienda come esempio per efficienza e avanguardia. E strano che si trattasse di una azienda italiana, ma per una volta erano loro l’eccellenza.

All’unanimità (e clandestinità) tutti i colleghi di Antonio avevano deciso di non volerlo tra le palle quel giorno speciale: in altre occasioni importanti, anche se non così importanti, si erano trovati quel mezzo deficiente tra i piedi che ne combinava una dietro l’altra senza vergogna.

Come quando durante la visita di un funzionario del Governo era andato al bagno e sul suo pc era rimasta la home page di un sito di scommesse on-line. Così pensa che ti ripensa avevano usato l’esca di una donna provocante, esca che sapevano avrebbe funzionato per tenerlo almeno un giorno lontano dal lavoro. E quindi Mario, collega di scrivania, d’accordo con tutti gli altri aveva preso una foto a caso da internet di una bella signora e aveva scritto il biglietto, aveva chiuso il tutto in una busta da lettere e l’aveva fatta trovare al Direttore il quale l’aveva poi consegnata ad Antonio Verde. Il quale appena aveva visto una bella donna non aveva esitato nemmeno a farsi venire dubbi o domande. Quello che Mario e gli altri non sapevano era che il medico curante di Antonio era assente e che c’era un sostituto da convincere, ma poco importa. Avevano ottenuto lo scopo e si erano guadagnati gli elogi di tutti i visitatori stranieri coi quali avevano condiviso anche una bellissima cena nel ristorante migliore della città.

Era stata una giornata felice per tutti loro, poiché avevano goduto dei risultati brillanti che quotidianamente si impegnavano ad avere.

Il giorno dopo Antonio Verde tornò a lavoro tra lo stupore di tutti: solo un giorno di malattia? Possibile? Mario e gli altri ridevano ma non potevano andare da lui e chiedergli allora com’è ‘sta Samanta?! E non potevano nemmeno riferire di quanto accaduto al Direttore perché li avrebbe rimproverati e anche giustamente. Se il loro scopo era stato nobile, il mezzo con cui ottenerlo non era stato altrettanto nobile. Ma alla fine meglio così. Anche il Direttore era stato contento di ricevere il certificato di malattia di Antonio Verde proprio in quel giorno.

Ma arriviamo al momento in cui, dopo essere sceso più volte in bagno a lavarsi la faccia, pisciare, mangiare la merendina e prendere il caffè alla macchinetta Antonio accese finalmente il pc e trovò come salvaschermo la foto di gruppo con tutti i visitatori che il giorno prima avevano affollato gli uffici dell’azienda. Gente elegante, belle donne, e lo sfondo dell’ufficio. Antonio si insospettì: si sporse oltre il monitor in direzione di Mario che cercava di non ridere e gli chiese:

Ma avete fatto una festa, ieri?”

Il guaio era che non si rendeva proprio conto, l’evento era in calendario da più di tre mesi, ogni giorno tutti ne parlavano ma lui aveva pensato che avessero fatto una festa.

E ci era rimasto male perché non era stato invitato, ovviamente.

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