QUANTI MIPIACE HAI – di Alekos Rundo

Brusilla Salmone, vent’anni da compiere, si svegliò presto come al solito e la prima cosa che fece fu controllare il telefono, nel senso di verificare con ansia se qualcuno si fosse fatto sentire durante la notte, un misterioso amante, un qualche ex della sua lunga lista, oppure un’amica, ma nessuno le aveva scritto nulla o forse, si consolò, magari nella notte il telefonino aveva smesso di ricevere il segnale.

Con decisione si alzò dal letto, infilò i piedi nelle pantofole, rivolse il quotidiano saluto al poster di Joel Valleriani, il famoso ballerino e attore, e andò in bagno a darsi una sciacquata perdendo più tempo del previsto e rischiando di fare tardi ad un appuntamento che aveva in Centro.

È sempre così, pensò, quando stai per fare tardi tutto trama alle tue spalle e tutto va storto. Questa riflessione la fece sussultare, poi decise: era un bel pensiero, costruito bene, con senso compiuto e meritava di essere postato su Facebook: smartphone pronto, un due tre e alè, post scritto sulla bacheca mentre beveva il caffè.

Il tempo stringeva davvero, pensò subito dopo nel mettersi gli stivaletti e prendendo le chiavi di casa.

Ciao mammina”, disse, e uscì in una mattinata che prometteva pioggia e vento freddo.

Aveva un appuntamento per un provino, ne aveva fatti tre di recente e non erano andati benissimo: nel primo era stata impacciata, è vero, anche se le altre ragazze di sicuro erano state peggio di lei, nel secondo era stata brava ma i giudici erano incapaci e nel terzo si era addirittura superata ma aveva incontrato di nuovo giudici imbecilli che non sapevano distinguere una vera ballerina da un ciocco di legno. Pazienza, pensò, quando sei sfortunata non c’è niente da fare.

Quando sei sfortunata non c’è niente da fare, ripeté a sé stessa: bella riflessione e un due tre e alè, postata anche questa su Facebook mentre saliva sull’autobus.

Autobus che merita una descrizione a parte, pieno zeppo di zingari (per Brusilla i non italiani sono tutti zingari, siano essi romeni o sudamericani) che sicuramente non avevano pagato il biglietto ma avevano occupato il posto.

E va bene che non lo pago manco io il biglietto ma che c’entra, mica sono zingara e poi almeno non puzzo, pensò, ma non lo scrisse su Facebook.

Autobus che lentamente andava verso il Centro, e Brusilla osservava le vetrine dei negozi d’abbigliamento con ammirazione e devozione, sì, devozione verso quel mondo dello shopping dove presto lei sarebbe entrata invidiata da tutti. Immaginava già di passeggiare per quelle vie lussuose con accanto il suo compagno (ancora immaginario) e i paparazzi pronti a scattare fotografie, e una volta una sua amica che aveva fatto un ruolo in una fiction tv le aveva confessato che davanti ai fotografi bisognava mostrarsi contrariate e far finta d’arrabbiarsi, ma che invece bisognava gioire nel profondo perché farsi paparazzare significava apparire, esserci, non importava dove, su che rivista o giornale: bisognava apparire per essere qualcuno.

Questo pensava Brusilla appoggiata alla macchina obliteratrice dell’autobus, ed era almeno un minuto che una signora tentava di timbrare il suo biglietto invano: Brusilla, smartphone in mano, non si era accorta della piccola signora ma quando alzò lo sguardo e la vide la guardò male:

Che vuoi?”, disse, e la signora che era cilena e quindi zingara rispose che le sarebbe piaciuto poter obliterare il suo biglietto. Brusilla allora fece una faccia un po’ schifata e si spostò di mezzo centimetro continuando a tenere la testa nel suo telefonino.

Ma che vuoi da me brutta grassona?!, postò su Facebook, e notò che i post che aveva scritto fino ad allora avevano ricevuto due Mipiace. Due soli?, chiese a sé stessa un po’ delusa, ma poi le venne in mente quello che un’altra sua amica le aveva detto una volta e cioè che se si è famosi qualsiasi cavolata viene scritta su Facebook riceve mille Mipiace, subito, senza fronzoli. E lei a questo mirava, e sapeva che la strada era difficile e piena di concorrenza spietata ma aveva le armi giuste per farsi strada nel mondo dei Vips.

Come per incanto distolse lo sguardo dal cellulare e si accorse appena in tempo che doveva scendere, così a spintoni guadagnò la porta di uscita senza chiedere permesso né scusa a nessuno e con un balzo scese. Le era capitato già altre volte che per guardare il telefono aveva mancato la fermata, una volta invece non aveva visto che il semaforo pedonale era rosso e a momenti finiva sotto una macchina, ma che poteva farci? Era talmente di moda camminare col cellulare in mano che non poteva, né sapeva, farne a meno: aveva troppa paura di sembrare una sfigata, una diversa, una ragazza come poche che magari leggono i libri.

Ad ogni modo, fece fatica a raggiungere il portone della scuola di danza dove doveva effettuare il provino, perché pioveva e con gli stivaletti col tacco era facile scivolare sui sampietrini, ma che altro poteva mettersi? Doveva venire in tuta e scarpe da ginnastica come tutte quelle altre sgallettate che attendevano come lei l’apertura del portone? E che era, una poveraccia? Un due tre e alè, un altro post pronto: Ma come vi vestite?!

Brusilla osservò con attenzione quella marmaglia di sfigate intorno a lei, notando innanzitutto come erano più brutte e grasse di lei, col culo troppo grosso, altre con la ricrescita o vestite da zingare, anche se non sembravano straniere… e in un attimo ricordò la perentoria frase che suo padre disse una sera a cena: ci sono stranieri che sembrano italiani, ma sono stranieri. Stava per postare anche questo meraviglioso pensiero quando si aprirono le porte della scuola di danza.

Un due tre e alè, pensò Brusilla, e postò il seguente post: Dai che stavolta è quella buona, grazie papà e mamma e non seppe esattamente perché ringraziò i suoi genitori ma le sembrava bello e giusto.

Prima del provino vero e proprio bisognava compilare un modulo d’iscrizione e Brusilla a “Lavoro svolto” barò un po’, scrisse ballerina professionista. E poi le venne in mente di postare un nuovo post: Una bugia a fin di bene è fatta bene, mixando un po’ il detto ma pazienza, l’ansia aumentava a dismisura in vista del provino e nell’atmosfera generale di attesa si iniziavano a fare le prime conoscenze, alcune ragazze si scambiavano impressioni e opinioni e intanto, un po’ in disparte, Brusilla pensava che erano delle sfigate: tra nemici non ci si deve conoscere, ci si deve odiare, perché potevano anche far finta di niente ma erano tutte l’una contro l’altra, c’erano solo cinque posti in palio e le candidate a occhio e croce erano più di cento.

E un due tre alè, altro post: L’invidia vi seppelirà!, scrisse dimenticandosi una elle.

E poi iniziò l’avventura, carica d’adrenalina. Brusilla era la settima in lista e aspettava il suo turno appiccicata alla porticina d’ingresso del teatro, in modo da poter guardare in faccia le altre ragazze ed augurargli senza parlare ogni tipo di sfortuna.

Così era lì in piedi, attaccata al suo smartphone a controllare quanti Mipiace avevano avuto i suoi post che non si accorse che toccava a lei. Una signora, probabilmente l’assistente dei giudici, la chiamò con un cenno della testa e lei entrò in scena col cellulare in mano e la borsetta a tracolla, sui tacchi traballanti e con un gran sorrisone e iniziò a dire:

Buongiorno, io sono Brusilla, ho vent’anni e il mio sogno è…”

Uno dei giudici la bloccò perentorio: “Spenga il telefono, grazie”.

Brusilla posò il telefono a terra, posò anche la borsa e guadagnò il centro del piccolo palcoscenico: davanti a lei c’erano i giudici in penombra, le luci erano proiettate tutte verso il palco.

Ma lei fa il provino così?” le chiesero.

Così come?”

Vestita in quel modo, coi tacchi e i jeans stretti… riesce a ballare?”

A Brusilla scappò un sorriso come a dire ma che siete matti?

Io ballo SOLO coi tacchi” annunciò, e sentì qualche risatina soffocata come se stessero prendendola in giro.

Conosce già l’Opera, sa che stiamo cercando le ballerine per lo spett…”

Brusilla sapeva tutto e interruppe quello che stava parlando.

So tutto, il Sogno di una notte di mezza estate è un locale vicino a casa mia, io ci vado spesso e conosco tutti, Gianfredo il gestore e tutti i baristi, sono tipi tranquilli e mi fanno lo sconto… l’unica cosa che non ho capito è perché fate fare i provini qua e non là”

Ci fu un silenzio glaciale nel teatro, poi una risata a cui ne seguirono altre: tutti i giudici, che poi altro non erano che il regista e i suoi collaboratori, erano piegati in due dal ridere, si tenevano la pancia e più si guardavano e più ridevano, mentre Brusilla sul palco non capiva niente e aspettava un cenno per iniziare a ballare.

Aspettò Brusilla, aspettò qualche minuto e riuscì a tenere quel sorriso folgorante come solo le star della tv sanno fare. Ma le risate non finivano e dietro l’ombra delle luci riusciva a percepire che ridevano di lei, chissà che cosa aveva mai detto di strano.

Ad un tratto però si sentì una voce dire:

Forse ha sbagliato spettacolo, signorina, noi stiamo mettendo in piedi un musical ispirato all’opera di Shakespeare, buona fortuna, può andare…”, e giù altre risate.

E’ difficile dire come si sentì Brusilla: umiliata? No. Desolata? Mai. In preda alla vergogna? Vogliamo scherzare? Brusilla si sentì solo imbestialita per la perdita di tempo che era stata costretta a subire e aveva voglia di spaccare tutto il palcoscenico a calci. Come una furia prese il suo cellulare e la borsa e a grandi falcate guadagnò l’uscita: passando accanto alle altre candidate gettò loro uno sguardo di fuoco e poi riprese la sua marcia a testa alta.

Le avevano fatto perdere solo tempo quei cretini, non potevano scriverlo più chiaramente che si trattava dello spettacolo di Shekspir? E che cazzo, e poi quello sfigato non aveva fatto solo Romeo e Giulietta? Era proprio infuriata Brusilla, e nemmeno il pensiero di tornare a casa e mettersi a guardare Pomeriggio Cinque la calmò.

Prima di salire sull’autobus pubblicò un nuovo post, quasi un consiglio ma pieno di rabbia sottesa:

La gente fa veramente ridere… se vi piace perdere tempo perché non andate al mare la prossima volta!

Il post ebbe un discreto successo e raccolse sei Mipiace.

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