ULTRAS – di Alekos Rundo

Pantaleo tirò il borsone del figlio nel cofano del Suv e imprecò.

Stavano facendo tardi alla partita, e se Tommasino non avesse avuto tutto il tempo necessario a scaldarsi avrebbe giocato male. E in tutto questo era sempre colpa di sua madre, che lo viziava. Gli legava ancora le scarpe, e Tommasino aveva dieci anni! Ma quando avrebbe capito quella donna che il loro figlio non era più un ragazzino? Era un calciatore, diamine, che venisse trattato da calciatore. Che venisse lasciato in pace il giorno della partita per potersi concentrare al meglio.

Ed eccolo finalmente Tommasino, trafelato, salire in macchina e chiudere lo sportello pesante che infatti, come sempre, non riuscì a chiudere al primo colpo, facendo sospirare di disperazione il padre che ogni volta pensava:

“Non è granché forzuto questo ragazzo”

Presto lo avrebbe iscritto in palestra per rinforzare la muscolatura, soprattutto il petto gracile che a volte in partita non gli permetteva di contrastare gli avversari efficacemente.

Partì sgommando Pantaleo, senza parlare: non parlava per non disturbare la concentrazione del figlio, in quei momenti fatidici prima del match era fondamentale lasciarlo alla sua voglia di giocare bene e di fare tanti gol. E quel giorno poi era particolare, si giocava contro la prima in classifica e se avessero vinto li avrebbero raggiunti a 38 punti, per un finale di stagione da veri protagonisti e in lotta per il titolo.

L’anno precedente erano arrivati secondi, certamente per colpa dell’allenatore, un ragazzino di vent’anni saccente e impreparato che faceva giocare la squadra con due attaccanti e una mezz’ala, cosa ormai fuori moda: si giocava con tre attaccanti adesso, lo sapevano tutti, solo quell’imbecille credeva ancora nei vecchi moduli. E infatti Pantaleo e un altro paio di padri avevano fatto di tutto per farlo allontanare dalla società e alla fine ce l’avevano fatta, riuscendo ad ingaggiare un altro allenatore molto più preparato: uno che soprattutto motivava la squadra e giocava con i tre attaccanti davanti.

Arrivarono al campo che già un po’ di compagni di squadra stavano parlottando tra loro nel parcheggio, e lì accanto il capannello dei padri si scambiava saluti e opinioni a vario titolo, parole di circostanza tra genitori che si trovano tutti insieme. Pantaleo li schifava un po’ a dir la verità, gli sembravano un ammasso di sfigati e soprattutto non riuscivano a trasmettere ai loro figli la grinta e la cattiveria agonistica per giocare a pallone. Parlavano di scuola, quei deficienti, del lavoro, delle mogli. Per carità, tutto giusto, ma in un altro contesto, tipo al bar per esempio, non al campo di calcio dei figli. Sceso dal Suv Tommasino prese il borsone dal cofano e si avviò raggiante verso gli amichetti; Pantaleo raggiunse il capannello di padri che salutò a malapena e subito disse:

“Partitone, oggi…”

“Contro i primi in classifica!” disse un altro, e Pantaleo lo sapeva che quello tra i vari era il più in gamba, non ricordava il nome ma sembrava il meno scemo. Vestito un pò da sfigato a dir la verità, non gli si trovava addosso una cosa di marca a pagarla oro, ma vabbè.

“Mi pare siano a trentasette punti gli avversari…” continuò a dire il tipo senza marca, e subito Pantaleo si pentì dei pensieri positivi che gli aveva dedicato.

“Trentotto, punti…” lo corresse con un leggero fastidio nella voce. Altro che più sveglio degli altri, questo nemmeno sapeva quanti punti avesse la squadra prima in classifica, figuriamoci. Se glielo avesse chiesto non avrebbe saputo sicuramente quanti punti avesse la squadra del figlio. Che padre modello, eh? Che imbecille patentato, poi ci si lamenta che i ragazzi si drogano, vanno a puttane, non combinano niente nella vita e fanno i parassiti fino a quarantanni.

Arrivò finalmente l’allenatore e subito Pantaleo, sollevato, si staccò da quel gruppo di dementi e lo raggiunse alla macchina: non gli diede nemmeno il tempo di chiudere lo sportello che sparò a bruciapelo:

“Oggi dobbiamo vincere, non ci sono santi…”

L’allenatore si voltò e notò un uomo corpulento, improfumato da fare schifo, vestito come per un matrimonio, porgerli la manona enorme con un sorriso da ebete. E quel cazzo di ciuffo in testa. Lo riconobbe subito, era il padre di Tommasino.

“Che palle questo”, pensò, ma gli strinse la mano e si defilò andando a salutare i ragazzini che intanto gli stavano andando incontro.

“Oggi faremo una grande partita!” urlò ai bambini festanti vestiti con la tuta rosso blu della società.

Le squadre scesero in campo, e per volere dell’allenatore i ragazzini andarono a salutare i componenti della panchina avversaria prima di iniziare a giocare: era un bel modo di fare sport quello, rivolto alla lealtà e alla stima reciproca al di là della rivalità sportiva. La squadra avversaria infatti, un po’ sorpresa, ricambiò il gesto d’amicizia nei confronti della panchina della squadra locale.

Poi le squadre raggiunsero il centrocampo per il saluto al pubblico: era una bella domenica mattina di sole ed era venuta tanta gente, anche ovviamente i genitori della squadra avversaria.

Iniziò la partita, il calcio d’inizio lo diedero gli ospiti, e subito si sentì un grido dagli spalti, più che spalti dalla recinzione ai margini del campo, e la voce perentoria che urlò “Forza ragazzi, dovete vincere!” era indubbiamente quella di Pantaleo.

Tommasino tremò all’udire quel rombo tonante, tutti i suoi compagni lo sapevano che era suo padre e lui si imbarazzava anche se provava a non farlo vedere, ma era difficile concentrarsi sulla partita e far finta di non sentire gli incitamenti, le urla e i rimproveri che suo padre lanciava ogni tre minuti. Una sofferenza vera, per lui. Non ne poteva più. Amava giocare a calcio ma l’impeto focoso del padre gli stava facendo odiare quello sport. E menomale che agli allenamenti non veniva mai perché doveva lavorare.

Comunque, Tommasino segnò subito un gol. Giocava in attacco ed era la punta centrale, aveva una bella corsa e un bel tiro preciso e potente per la sua età. I compagni gli passavano spesso il pallone e lui segnava molto, era il bomber della squadra. Il gol fu bello, in contropiede: Tommasino, ben lanciato, si involò verso la porta avversaria mal contrastato dalla difesa sbilanciata, scartò il portiere in uscita e con un preciso rasoterra mise il pallone in rete, andando ad esultare dal suo allenatore e inseguito da tutti i compagni.

Pantaleo andò in visibilio: iniziò ad urlare come un pazzo in preda ad una crisi di nervi, si attaccò alla recinzione e urlò a suo figlio di venire a dargli il cinque immediatamente, con gli occhi di fuori e la bava alla bocca. Tommasino, ancora sommerso dagli abbracci dei compagni, fece finta di non sentire ma tornando verso la sua metà campo non poté fare a meno di passare a dare il cinque al padre, cosa che lo fece diventare rosso di vergogna anche perché Pantaleo, nemmeno a voce bassa, continuava a ripetere “Attaccatevi al cazzo!” rivolto alla squadra avversaria.

La partita riprese e Tommasino sfiorò il gol altre due volte: la prima prese il palo con un tiro dalla distanza, la seconda colpì di testa e il portiere ospite fece una parata incredibile, parata che tutti i presenti salutarono con un bell’applauso. Tutti tranne Pantaleo che invece si lasciò sfuggire un bestemmione d’altri tempi che rimbombò dentro e fuori dal campo con grande disperazione di Tommasino che fu più dispiaciuto per il padre che per non aver segnato.

Poi finì il primo tempo.

Pantaleo si avvicinò alla panchina della squadra ed ascoltò il discorso che l’allenatore stava facendo:

“Ragazzi stiamo giocando una bella partita, continuiamo così. Gli avversari sono forti, infatti sono primi in classifica ma li stiamo chiudendo bene. Cerchiamo di mantenere questa concentrazione anche nel secondo tempo, d’accordo?” e tutti i ragazzi dissero Ok in coro.

Pantaleo si avvicinò di più e attraverso la rete chiamò l’allenatore che fece finta di non sentirlo per le prime tre o quattro volte, poi dovette arrendersi e voltarsi verso di lui, non prima di aver scorto il viso di Tommasino farsi viola per la vergogna.

“Devi mettere un altro centrocampista d’attacco così la chiudiamo subito ‘sta partita! Dammi retta, sennò non vinciamo ed è fon-da-men-ta-le vincere oggi, hai capito?” disse Pantaleo con un tono quasi di minaccia nella voce.

L’allenatore fece un gesto vago con la mano, che poteva voler dire ci penso io oppure va a quel paese.

Dopo pochi minuti cominciò il secondo tempo e la squadra ospite pareggiò subito: errore di un compagno di Tommasino che sbagliò uno stop elementrare e l’attaccante avversario gli rubò la palla, si affrettò ad entrare in aerea di rigore e a battere il portiere.

Uno a uno.

Pantaleo iniziò ad urlare come un pazzo, agitando le braccia in alto e imprecando con tutto il fiato che aveva in corpo: “Maledetto! Maledetto!” gridava in preda alle convulsioni e fu proprio in quel momento, quel sacrosanto e provvidenziale momento, che avvenne il miracolo: mentre gli altri genitori si allontanavano da Pantaleo schifati e nessuno aveva il coraggio di dire nulla, mentre Tommasino incredulo era corso ad abbracciare il suo compagno che aveva provocato il gol degli avversari, mentre nessun giocatore della squadra ospite che aveva appena segnato se l’era sentita di esultare e tutti erano sconvolti dalle grida di Pantaleo e i Carabinieri, chiamati da qualche genitore poco prima erano appena arrivati, proprio in quell’istante, dicevo, il miracolo avvenne. Pantaleo mise un piede su una merda di cane e scivolò con tutto il peso per terra, andando a finire con la schiena proprio sulla merda che aveva appena pestato, suscitando un momento di sconcerto in tutte le persone che erano presenti, momento che ovviamente si trasformò subito in una incredibile e sonora risata che coinvolse tutti, genitori, ragazzini e Carabinieri, e mentre Pantaleo continuava a rotolare per terra come uno scarafaggio ribaltato le risate aumentavano ancora, e la più sonora di tutte era senza dubbio quella di Tommasino, diventato viola prima per la vergogna e poi per il troppo ridere.

Pantaleo comunque reagì da gran signore: si alzò furiosamente in piedi tutto imbrattato di merda e sentenziò con aria imperativa:

“Siete deficienti a ridere così… non potete comprarvi il vestito di Armani come questo sennò vi roderebbe il culo se si sporcherebbe…!”

Per la cronaca le risate aumentarono di volume, e la partita finì uno a uno.

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