UNA SERA PIENA DI TUMULTI – di Alekos Rundo

Guappo Tumulti, diciotto anni appena compiuti, si era auto incaricato d’una importante missione: proteggere il suo quartiere dall’illegalità. Illustri personaggi avevano contribuito affinché egli prendesse questa decisione, rendendolo più coraggioso e soprattutto meno solo in questo suo impervio cammino. Aveva letto gli scritti di Mussolini e ne era rimasto folgorato, si era ispirato alle azioni di memorabili uomini come la tigre Arkan, o i grandi imperatori romani che per difendere la Razza Ariana varcarono i confini del mondo. O forse no, quelli erano i nazisti? Faceva ancora un po’ di confusione Guappo ma non gli importava granché perché quello che contava era il suo nobile obiettivo, e per portarlo avanti era pronto: tirapugni in tasca, manganello retrattile nascosto nello zaino, anfibi dell’Esercito, sciarpetta nera con la celtica pronta ad essere indossata sul volto in caso di telecamere.

Quella sera di fine giugno non vedeva l’ora di pestare qualcuno, possibilmente un immigrato scappato dal centro d’accoglienza aperto nelle vicinanze, altro bel regalino offerto alla comunità dal Governo della città in mano ai comunisti, anche se poi in realtà il sindaco era di destra ed infatti Guappo certe dinamiche non le capiva bene ma sentiva i discorsi dei più grandi alla sede di Fasci&Obbedienza e ricostruiva gli accadimenti.

Uscì di casa carico di adrenalina e la prima cosa che pestò fu una merda di cane situata davanti al portone, quindi tirò un paio di bestemmie di cui subito si pentì perché un vero fascista non bestemmia, crede in Dio e nella Patria e quindi recitò due Ave Maria mentre seduto su una panchina tentava di pulirsi dalla merda, operazione che peraltro non gli riuscì benissimo.

Rimessosi in piedi, carico ancora di più di adrenalina e di odio, si avviò verso la via principale del suo quartiere in cerca di una preda e fu lì che incontrò degli amici di scuola che stavano andando a prendere qualcosa de bere.

Ma non senti caldo con questi anfibi?!” disse uno in un tono che a Guappo sembrò di scherno, e infatti reagì con rabbia:

Fossi in te mi farei i cazzi miei…”

Grazie per il consiglio, ne approfittiamo subito!” concluse una ragazza e tutti risero, felici di lasciarsi Guappo alle spalle il quale, un po’ deluso, si consolò pensando che la loro felicità derivava dal fatto che c’erano quelli come lui che proteggevano i cittadini dagli immigrati, che parola ingiusta, poi: anche gli italiani erano stati immigrati, lui la storia l’aveva studiata, ma intanto non avevano portato la criminalità in giro per il mondo come fanno i negri, e poi a quei tempi la droga non esisteva e quindi gli italiani immigrati non spacciavano e nemmeno rubavano ma erano onesti lavoratori che rispettavano le regole e pagavano le tasse. Quindi la parola immigrati, per questo periodo storico, non era da usare: questi di oggi erano criminali, stupratori, spacciatori, ladri, che scappavano dai loro paesi poveri dove non c’era niente da rubare, spacciare e stuprare e cercavano fortuna in Europa, soprattutto in Italia, dove i governi comunisti avevano fatto leggi comuniste e quindi liberticide che avevano favorito l’accoglienza degli stranieri in offesa palese agli italiani che non avevano lavoro.

Con questo pensiero adrenalinico Guappo si avvicinò ad una pizzeria gestita da magrebini con il bisogno di attaccare briga con qualcuno di loro, ma all’interno del locale ebbe una brutta sorpresa: due Carabinieri stavano pagando le loro pizze da asporto e salutavano il titolare con grandi sorrisi, titolare che subito dopo si rivolse a lui con un italiano stentato ma cordiale e gli domandò che pizza voleva. Guappo, colto alla sprovvista, non seppe cosa fare, gli pareva brutto insultare il pizzaiolo davanti ai Carabinieri così ordinò una quattro stagioni, pagò, e attese la cottura carico di odio profondo, adrenalina e cinque euro in meno nel portafogli. Poco dopo uscì dalla pizzeria e si rintanò nei giardinetti attigui, al buio, per non farsi vedere da nessuno mentre mangiava quel cibo immigrato. Ah, il cibo italiano! Pasta, polpette, Mc Donald’s! Altro che quella sudicia pizza fatta con mani negre che terminò in pochi morsi perché effettivamente era buonissima.

Poi, soddisfatto, e col muso unto, gettò il cartone della pizza per terra e si accinse a fare nuove avventure.

Si avviò nella strada frequentata da prostitute nigeriane, anch’esse dunque immigrate e quindi pericolose, ed ebbe una brutta sorpresa: un tizio sceso da un fuoristrada si avvicinò ad una giovane donna e le parlò in perfetto italiano facendosi consegnare tutti i soldi che aveva guadagnato fino a quel momento, segno evidente che era il suo protettore e questo a Guappo non andò affatto giù, di sicuro più in alto dell’italiano c’era un qualche immigrato che era a capo dell’organizzazione che sfruttava le prostitute. Ah, che delusione!

Rammaricato tornò nella zona dei locali notturni e finalmente avvistò la prima preda della serata. Un ragazzetto sui vent’anni, bassino, folta chioma ispida in testa, piuttosto nero di pelle, che si era appartato su una panchina isolata ed armeggiava con tabacco, cartine e accendino e, dunque, si stava sparando della droga comprata sicuro da immigrati come lui… Guappo non esitò: in pochi passi fu dietro al ragazzetto, rapido e silenzioso indossò il tirapugni nella mano destra, quella più forte, si calò dietro la panchina e attese il momento propizio per colpire alle spalle il negro: quando il momento arrivò si alzò in piedi in tutto il suo metro e sessanta ma scivolò sull’erba bagnata di umidità e si allungò accanto al ragazzetto che, impassibile, gli domandò:

Ma che cazzo fai?”

Guappo si rialzò all’istante, carico di odio come non mai, e di adrenalina anche, e di vergogna, fece finta di guardare qualcosa davanti al suo orizzonte, poi fece Puah! e si allontanò velocemente sentendo tutto il culo bagnato per via della scivolata.

Forse non è serata”, pensò un po’ sconfortato ma non era uno che mollava il colpo facilmente: era tosto, ruvido, convinto, come i grandi condottieri della Storia che avevano vinto guerre e battaglie memorabili, tipo Napoleone che a Waterloo aveva stravinto o come… anzi no, a Waterloo aveva perso Napoleone. O no? Non ricordava bene, eppure lui la storia la studiava alla grande.

In ogni caso decise di tornare a casa e fu proprio nei pressi del suo portone, dove aveva pestato la merda di cane, che si imbatté in un immigrato che rovistava in un cassonetto dell’immondizia.

Questo lo sfondo…” pensò subito Guappo finalmente ringalluzzito. Si accertò che nessuno fosse in vista, dedicò una preghiera di invocazione al Duce, poi accelerò il passo e quasi correndo raggiunse l’immigrato che nemmeno si era accorto di lui, preso com’era dal rovistare nel cassonetto.

Fu un attimo: col tirapugni innestato nella mano destra, quella forte, sferrò un gran cazzotto che purtroppo colpì il metallo del bidone dell’immondizia producendo un gran baccano e soprattutto facendo in modo che il ragazzo di colore, impaurito, reagisse con un pronto manrovescio che mandò Guappo ko. Che scena! Che disastro! Non fece in tempo a rialzarsi Guappo che il giovane di colore si era dato alla fuga sulla sua bicicletta scassata, lasciandolo lì solo pieno di adrenalina, rabbia, frustrazione e una macchia indefinita sui pantaloni. Allora gridò Guappo, con tutto il fiato che aveva in corpo, con tutta la Razza Ariana di cui era capace:

Scappa, codardo! Non hai le palle per affrontarmi! Sei una merda, torna in Africa, scimmione!”

E poi tornò finalmente a casa, soddisfatto, e anche fiero di sé stesso: ancora una volta grazie a lui il quartiere poteva dormire sonni tranquilli.

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